Ci sono due modi per visitare una città poliedrica e multiforme come Napoli. Il più banale è un ricco tour panoramico che metta nel mixer il Duomo, Castel dell’Ovo, via Caracciolo, la pizza, il Museo Archeologico, il Vomero, Castel Sant’Elmo, la sfogliatella, il babà e il Teatro San Carlo. E ti sei tolto il pensiero. Però così non hai capito niente, e ti rimane l’amaro in bocca di chi si è accorto che gli è passato per le mani qualcosa di fantastico e non l’ha saputo afferrare. Sennò c’è un altro modo, a piccole dosi, a sorsi, centellinando qualche week end ogni tanto, ritornando periodicamente, senza fretta, per scoprire uno ad uno tutti i dettagli che fanno di Napoli quella città unica al mondo che tutti sanno per sentito dire, ma che pochi riescono a capire e a scoprire.
Perché Napoli è per pochi, e poco alla volta. E’ come il vino, devi saperlo bere, sennò ti ubriaca, o ti fa vomitare.
E se poi questi piccoli sorsi riesci a berteli in compagnia di un napoletano, allora è il massimo, perché solo così puoi acciuffare il battito animale di questa metropoli e provare ad adattarti al suo ritmo sincopato.

Uno di questi sorsi me lo sono bevuto pochi giorni fa quando sono tornata a Napoli (io però sono avvantaggiata, sono napoletana, la città me la bevo da sola!) e mi è venuta voglia di ripercorrere la strada che facevo per andare all’Università.
Uscita da casa di mia madre prendo la Cumana, come facevo all’epoca, che è la ferrovia che collega il centro storico con la zona ovest della città, l’area dei Campi Flegrei. Una ferrovia la cui creazione risale alla fine dell’ottocento e che è una storia dentro la storia di Napoli, perchè è stato il primo metrò d’Italia, di cui vale la pena leggere le vicende egregiamente raccontate da Franco Mancuso in LA FERROVIA CUMANA. Cento anni di storia, per Sergio Civita Editore. Arrivata a Montesanto faccio tappa alla pasticceria Scaturchio. Per gustare una sfogliatella o un babà, direte voi. No. Per carità, li adoro eh, ma stavolta voglio il Ministeriale, un medaglione di cioccolato fondente farcito di una crema liquorosa secondo una ricetta segretamente custodita dalla pasticceria fin dal 1920, quando fu inventato. E’ il cavallo di battaglia di questa pasticceria storica, lo si trova solo qui, e non c’è rischio di restare delusi.
A quel punto, saziati gli istinti più selvaggi, inizio a percorrere via Portamedina, con le sue pescherie e le botteghe della frutta che sono un tripudio di grida, di profumi e di colori, e dove l’odore di pesce fritto venduto in strada dentro i tipici coppi di cartapaglia, il miglior street food al mondo, mi fa subito pentire di avere appena ingurgitato un dolce. Ma vabbè, c’è tempo, posso rifarmi più tardi.


E di voce in voce, di portone in portone, arrivo fino al Largo Banchi Nuovi, alle cui spalle ritrovo la mia università, l’Orientale, un antico istituto fondato nel 1700 da un missionario di ritorno dalla Cina con l’intenzione di educare quindici ragazzi cinesi. E qui faccio un inciso: non è facile descrivere il senso di smarrimento e delusione nel vedere lo storico edificio, l’imponente Palazzo Giusso, ai miei tempi popolato da orde di studenti infiammati dalle lotte politiche di quegli anni, vuoto e desolato come un palazzo fatiscente. Mi fermo a chiacchierare con il custode, per sentirmi dire che le lezioni in questo periodo sono on line (ovviamente) e che non posso visitare le aule. Sento allora tutta la vacuità di quel luogo, e mi rammarico per gli universitari di oggi, che si perdono quella meravigliosa condivisione di spazi fisici e mentali, quell’affastellarsi di gambe e libri sulle rampe delle scale, quello scambiarsi appunti sui tavoli della mensa, quella mescolanza di dialetti, accenti, lingue e inflessioni di ogni provenienza.

Istituto Universitario Orientale, largo S. Giovanni Maggiore

Per riprendermi dallo sconforto entro nella basilica di San Giovanni Maggiore, proprio di fronte, e ne riscopro tutta la bellezza. Mica una chiesa come tante, basti pensare che secondo un’antica tradizione qui fu sepolta addirittura Partenope, la sirena da cui sarebbe nata la stessa Napoli. Eppure è talmente nascosta che ben pochi se ne accorgono. L’interno conserva tutta la sua preziosa antichità, con colonne e capitelli romani risalenti addirittura al II secolo d.C. e con un’armonica fusione di forme bizantine, elementi architettonici di età classica e interventi di epoca medievale, rinascimentale e barocca. Un meraviglioso ordito di stili ed influenze.

Basilica di San Giovanni Maggiore

Ritorno sui miei passi, risalgo tutta via Mezzocannone, storica strada delle università napoletane, anche questa tristemente priva di studenti, e raggiungo piazzetta Nilo, che ho frequentato fin da bambina perché vi ha abitato per anni mia cugina, e dove c’è un’altra chiesa, piccola piccola, che merita tutta l’attenzione. E’ la chiesa di Sant’Angelo a Nilo di epoca tardogotica. Qui c’è un capolavoro e quasi nessuno lo sa.
Si tratta di uno stiacciato di delicata bellezza, opera certa del grande Donatello, padre del Rinascimento fiorentino. Ma cos’è uno stiacciato? E’ una tecnica scultorea inventata proprio da Donatello, che consiste nel creare un rilievo minimo rispetto al fondo dell’immagine. Il risultato è un’opera che esalta la prospettiva in un gioco di rilievi e incavi impercettibili. Raffigura l’Assunzione della Madonna tra angeli. Peccato che la luce attuale non ne esalta la sottigliezza degli effetti tonali, che con una luce laterale radente sarebbero enfatizzati. E pensare che non si paga neanche il biglietto per ammirarlo. Caso mai un’offerta, a vostro buoncuore.

Stiacciato di Donatello, chiesa di Sant’Angelo a Nilo

Torno indietro percorrendo via Benedetto Croce, e mi diverto a entrare e uscire dai grandi palazzi signorili di cui è difficile ammirare le facciate monumentali tanto è stretta la via. M’infilo nell’atrio di Palazzo di Sangro, con la volta decorata dal grande stemma familiare con il motto “unicum militiae fulmen”. Subito dopo mi colpisce lo stemma signorile del Palazzo Foglia, con il motto “che per fredda stagion foglia non perde”.
E poco più avanti ecco Palazzo Carafa della Spina, con il suo monumentale portale del XVIII secolo che quasi incute soggezione a chi vi entra.

Ingresso Palazzo di Sangro
Blasone Palazzo Foglia
Palazzo Carafa della Spina

Ma se volessi parlare di tutti i palazzi di questa via dovrei scrivere un saggio. Basti pensare che è una via talmente importante da avere avuto uno studio esclusivo sull’araldica dei suoi palazzi. Perché non è una via qualunque, è una delle sette strade più antiche di Napoli, che poi non è altro che un pezzo di Spaccanapoli. Ma questa è un’altra storia. E magari ce la raccontiamo un’altra volta. Quello che invece sento urgente dover dire è che solo qui, in questi antichi palazzi di Napoli, si realizza quella commistione perfetta tra splendore e decadenza, tra regalità e fatiscenza, tra eleganza e sciatteria, tra straordinario e ordinario, con i panni stesi tra gli elementi architettonici barocchi, con l’intonaco cadente tra le balaustre delle scale regie, con il paniere calato per tirare su la spesa sotto le sontuose volte a crociera, con le auto parcheggiate in disordine nei cortili che un tempo ospitavano carrozze principesche. Una commistione resa perfetta da quella leggerezza tutta partenopea di chi è abituato da secoli a convivere con tanta sublime bellezza.

P.s.: poi il coppo di pesce fritto me lo sono preso, sulla via del ritorno. Inutile dirvi quanto era buono…