La parola self-care è ovunque. Candela accesa, bagno caldo, una piega dal parrucchiere: piccoli rituali che promettono di cancellare stanchezza e ansia. Sono momenti preziosi, certo, ma se pensiamo che possano davvero proteggerci da stress e burnout rischiamo di cadere in un’illusione.

La psichiatra Pooja Lakshmin lo chiama wellness trap, la trappola del benessere: una scorciatoia che non tocca le radici della fatica cronica. E le ricerche lo confermano. Secondo una review pubblicata sull’Annual Review of Psychology da Christina Maslach e Michael Leiter, due pionieri nello studio del burnout, le pause cosmetiche non bastano se non si interviene sulle cause strutturali: carichi di lavoro eccessivi, mancanza di supporto sociale e soprattutto assenza di confini chiari tra vita personale e professionale.

Una vulnerabilità di genere

Questo tema è ancora più urgente se guardiamo alla dimensione di genere. L’Organizzazione Mondiale della Sanità evidenzia che le donne sono più esposte allo stress cronico e al burnout, soprattutto nei Paesi industrializzati. Non solo perché lavorano fuori casa, ma perché continuano a sostenere gran parte del cosiddetto secondo turno: cura della casa, dei figli, di genitori anziani.

A tutto questo si sommano gli stereotipi di genere. La convinzione che una brava donna debba essere sempre disponibile, accogliente, pronta a dire di sì. Chi prova a sottrarsi rischia di sentirsi in colpa o di essere giudicata egoista. È una dinamica che ho visto anche negli Stati Uniti, dove ho vissuto per anni, in una società che celebra la produttività come misura del valore personale.

Il mio burnout oltreoceano

Negli Stati Uniti ho sperimentato il burnout sulla mia pelle. Lavoravo senza sosta, convinta che qualche ora di coccole estetiche mi avrebbe rimesso in sesto. Ma lo stress restava. Finché non ho iniziato a fissare in agenda veri appuntamenti con me stessa: pause protette, irrinunciabili. All’inizio mi sembrava quasi un atto di ribellione, perché una voce interiore mi ripeteva che se non lavori non vali niente. Ma è stato proprio quel gesto – apparentemente semplice – a segnare l’inizio della guarigione.

Questa esperienza personale trova riscontro nella Self-Determination Theory (SDT) elaborata dagli psicologi Edward Deci e Richard Ryan, una delle cornici teoriche più solide per spiegare il benessere umano. La SDT parte da un’idea semplice e potente: ogni persona ha tre bisogni psicologici fondamentali — autonomiacompetenza e relazionalità. Quando questi bisogni sono soddisfatti, crescono la motivazione intrinseca, l’energia vitale e la capacità di affrontare le difficoltà.

Mettere confini significa proprio nutrire questi tre bisogni. L’autonomia, perché scegliamo in prima persona dove investire tempo e risorse. La competenza, perché sentiamo di avere il controllo sulle nostre decisioni, non solo di subire impegni imposti. E la relazionalità, perché relazioni basate sul rispetto reciproco — e non sulla disponibilità illimitata — diventano più autentiche e durature.

Diversi studi confermano questa dinamica: quando agiamo per compiacere gli altri o per aderire a ruoli sociali rigidi, la motivazione diventa estrinseca, legata alla ricerca di approvazione. Nel breve periodo può spingerci a fare di più, ma nel lungo consuma energia e favorisce stress e burnout. Solo quando le scelte sono coerenti con i nostri valori profondi — ad esempio decidere di staccare dal lavoro per proteggere la salute mentale — la motivazione diventa intrinseca, alimentando benessere e resilienza.

Dal mito del sacrificio alla cultura del confine

Mettere confini significa scardinare una narrativa culturale antica: quella che lega il valore femminile al sacrificio. È la stessa logica che ancora oggi spinge molte donne a occuparsi da sole della famiglia, a rinunciare a opportunità professionali, a sentirsi in colpa per ogni momento sottratto agli altri.

Ribaltare questa prospettiva non è solo un atto individuale: è un cambiamento sociale e politico. Richiede che aziende e istituzioni riconoscano il peso del lavoro di cura e che le politiche pubbliche sostengano chi decide di prendersi pause vere, senza penalizzazioni economiche o di carriera.

Il confine come atto politico

Prendersi una pausa, per una donna, diventa allora un gesto che va oltre la sfera privata. È un atto politico. Significa dire che il proprio tempo e la propria salute valgono quanto — e più — della produttività immediata.

Non basta quindi una nuova candela o un trattamento beauty. Serve un cambio di paradigma: riconoscere che la vera cura di sé è un confine chiaro, scelto e difeso.

Le ricerche lo confermano con dati concreti.

Uno studio pubblicato nel 2019 sul Journal of Occupational Health Psychology ha dimostrato che anche micro-pause di soli cinque minuti, distribuite nell’arco della giornata, sono sufficienti a ridurre i livelli di cortisolo – l’ormone dello stress – e a migliorare le performance cognitive nel pomeriggio. Gli autori parlano di strategic micro-breaks: piccole interruzioni che, se programmate con regolarità, sostengono concentrazione, creatività e benessere emotivo.

Un altro lavoro, uscito nel 2020 sul Journal of Personality and Social Psychology, ha invece messo in luce il legame tra assertività, confini chiari e qualità delle relazioni. Analizzando centinaia di coppie e team di lavoro, i ricercatori hanno osservato che le persone capaci di esprimere in modo rispettoso i propri limiti sviluppano rapporti più stabili e reciprocamente soddisfacenti, con minori conflitti latenti e maggiore fiducia. In pratica, dire questo per me non va bene non rompe il legame: lo rafforza.

Mettere confini non significa allontanarsi dagli altri. Significa tornare a se stesse e, di riflesso, costruire rapporti più autentici e duraturi.


Per approfondire

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