Bende che nascondono la carne, occhi e mani in evidenza, determinati, quasi estranei a quel corpo che dovrebbe apparire indebolito e non lo è, modelle ritratte completamente o quasi bendate che non posano soltanto, ma accettano di far parte di una serie, dal titolo Predator, che vuole riscrivere certe chiavi di lettura della realtà.

Così si esprime Caterina Notte, che ritrae le donne al di là dei normali stereotipi, investiga il mondo femminile, trasformando le donne in icone, prima con i video poi con le foto, ponendo l’attenzione sulla innegabile bellezza delle donne, anche nelle loro debolezze più nascoste, nella loro complessità.

Le sue opere, i tanti progetti fotografici che esplorano il corpo e danno nuova luce alla bellezza, si possono ammirare e acquistare solo on line, almeno per ora visto che la pandemia ancora in corso ci impedisce di andare nei musei e nelle gallerie d’arte. Opere che mi hanno subito incuriosito, le bende nascondono la carne lasciando liberi occhi e mani dello spettatore che esplora e diventa preda e che non può fare a meno di guardare.

La preda diventa predatore, la debolezza viene quindi riscritta e il predator puo’ essere una donna, un bambino, chiunque, qualsiasi corpo in cui avvenga la trasformazione o il passaggio. E niente è debolezza.

In 49 dolls i limiti del mondo infantile si scontrano con la forza inconsapevole ancora chiusa nel corpo che si trasforma, con Aliens ci si concentra sulla carne che si crea mentre Caterina la fotografa e di interamente umano resta un oggetto o un gesto che simula umanità; qualsiasi tematica diventa universale.

Caterina Notte nasce economista (studi alla Sapienza di Roma) e poi approda all’arte, nello specifico alla fotografia (e al video); le sue mostre sono a Roma, Monaco, Milano, Praga e Santiago del Cile, solo per citarne alcune ed è vincitrice di numerosi Premi, come la prima Call for Proposal 2020 del progetto curatoriale di Ambra Patarini, con la partecipazione on line di artisti da tutto il mondo. A breve, il suo Predator Ubiquity diverrà più sociale e performativo oltre che virtuale in rete.

Cosa significa per te riscrivere la bellezza?
Siamo circondati dalla bellezza, da ogni tipo di bellezza. Esiste dall’inizio della vita e ancora prima, senza fine. Quando penso alla bellezza, l’immagine delle galassie mi devasta! Ma la bellezza cui siamo abituati a pensare di solito è quella che facciamo rientrare nella dimensione dell’estetica. Dell’umano. E allora questo enorme concetto cambia sempre, nel tempo, e segue nuovi canoni o include nuove accezioni. La bellezza femminile è altrettanto instabile. E la donna è un universo infinito, non del tutto comprensibile. Ha così tanti livelli, più o meno trasparenti, che si fondono o restano separati tra di loro ma che coesistono e ne fanno un essere umano affascinante, anche esteticamente. Quando si parla di bellezza poi si pensa subito a quella femminile, sembrano due concetti indissolubili.

Se poi la bellezza va a finire nell’arte allora iniziano le controversie, i dibattiti su ciò che è bello e ciò che non lo è, ma magari lo è artisticamente. Senza dubbio di bellezza si è parlato e fatto abbastanza nell’arte, ma mi sembra che ci sia ancora molta ipocrisia nella sua rappresentazione. C’è tutta un’altra bellezza che non finisce sulle pagine delle riviste di moda, o che non viene considerata abbastanza artistica perché troppo bella. E qui intervengo io nel mio tentativo di riscriverla.

La bellezza sembra quasi debolezza, ma cos’è la debolezza se non la nostra potenza? Appropriarsi del concetto di bellezza solo per parlare della drammaticità, del dolore, dell’effimero non lo trovo più interessante. La bellezza esiste ed è una fonte inesauribile di immagini. Ma sembra che ciò che è bello non possa assurgere ad arte come se non potesse avere contenuto.

Riscrivere la bellezza è per me consegnarle il potere reale che possiede. La bellezza ci colpisce, non possiamo negarlo, d’altronde come diceva Nietzsche non tutti hanno “la forza di pronunciare la bellezza”, figuriamoci di rappresentarla!

Da cosa nasce il tuo modo di ritrarre le donne al di là dei normali stereotipi?
Nasce esattamente dal fatto che sono stanca di guardarmi intorno e vedere da una parte nella moda e nella pubblicità, su Instagram o su qualsiasi altro social donne bellissime, quasi non umane ma dominate da uno sguardo maschile e dall’altra donne che invece si prestino così facilmente ad esaltare la tragedia, il dolore, l’effimero dove la dimensione estetica non è più importante. Le prime purtroppo non parlano della donna, le seconde non parlano della bellezza.

Chi è il Predator delle tue opere?
Bella domanda! Predator è la donna o il bambino che ha il potere di sconvolgere gli schemi o anche solo il pensiero comune. C’è così tanta forza racchiusa nei nostri limiti che ci siamo costruiti con tanta accuratezza che sarebbe bello darci la possibilità per una volta di liberarcene. Non credi? Gli occhi, la bocca, le mani sono i nostri punti di non ritorno. Una volta che sprigionano la loro forza possono portarci in una dimensione irreversibile e allora il cambiamento dentro di noi non può più essere fermato. Ma lo spettatore di Predator subirà lo stesso destino, da preda inconsapevole si troverà in uno stato di non equilibrio dal quale può uscirne solo accettando quel potere e riscrivendo il suo presente e il suo sguardo. Da preda a predatore.

Predator è un progetto nato nel 2010 con 4 bambine che avevo tentato di portare in una dimensione diversa dal gioco, bendandole a metà, lasciando loro la possibilità di vedere o di parlare ma le ho messe in un vecchio furgoncino abbandonato e le scene sono cambiate. Un teatro immaginario di guerra si è dipanato tra me e loro, la loro forza mi ha investito con il loro entusiastico voler essere nella parte. E’ stata un’esperienza importante per me. Ho voluto riprenderla nel 2019, nove anni dopo con una ragazza conosciuta su Instagram ed ha subito funzionato: è diventato più che attuale!

Le bende sono diventate dei legami, delle fasce indispensabili che avvolgono il corpo e che segnano la forza del soggetto che le indossa fiero. Diventano lo strumento affilato per attingere alla debolezza e trasformarla in potenza.

Predator, aliens, 49 dolls, quale è l’ispirazione di tutte le tue collezioni di opere?
Tutto ciò che è fuori e che riesce a interagire con quello che è dentro di me, la mia infanzia, il mio presente, il mio futuro. Predator e 49Dolls sono esattamente questo. Nascono direttamente dalla mia infanzia in Molise, pensavo non ci fosse altro oltre quei campi e quelle montagne, oltre il fatalismo invasivo e il lasciar andare le cose senza troppo volerle cambiare. E’ proprio lì che nasce la forza di Predator e le paure di 49Dolls. Nella violenza del cambiamento. Aliens è concentrato sulla trasformazione della carne che vive questa forza e queste paure. Il corpo è primario nel mondo in cui viviamo, è lo specchio delle nostre emozioni ed è colpito e segnato dai movimenti della realtà che cambia di continuo. Per cui il corpo stesso cambia all’inizio impercettibilmente, poi visibilmente.

Catturare questa trasformazione è molto interessante perché ci lascia come in un limbo, inconsapevoli della direzione che verrà presa, in un presente allungato verso il futuro. E’ esattamente lì che voglio essere!

Quale sarà il tuo prossimo lavoro?
In effetti ne ho diversi in programma. Te ne racconto tre: la pubblicazione di un mio libro con la casa editrice Cultura e Dintorni di Roma. Un libro in cui racconterò, attraverso la fotografia, la forza e la complessità delle donne, la loro stratificata personalità e propensione al cambiamento del proprio ruolo intimo e sociale.
Un lavoro che avrà come protagoniste donne forti e audaci che si riappropriano del proprio corpo e lo ridefiniscono.
Predator Ubiquity: una sorta di movimento virtuale, sociale. E’ già nato su TIKTOK e in parte su Instagram, ho ricevuto già i primi video Predator e addirittura alcuni utenti si stanno impegnando nel promuoverlo. Quando avrò raggiunto il numero giusto, l’ubiquità di Predator sarà reale. E’ un progetto complesso perché per la sua perfetta riuscita richiede la partecipazione di un pubblico numeroso ma senz’altro sarà molto divertente.
Freezdom invece è una serie di video dedicati alla capacità di sentirsi liberi. Freezdom è la libertà congelata o non più congelata. Sono piccoli video intrisi di musica e di verità. La protagonista (sempre al femminile) non ha direttive, ha solo una benda per sentirsi libera.  

L’arte puo’ riscrivere la realtà secondo te?

L’arte e la realtà per me corrono su due binari diversi. La realtà è qualcosa di stupefacente in tutte le sue declinazioni, per questo credo che l’arte debba viaggiare assolutamente su un livello diverso. Riscrivere per me significa aggiungere qualcosa a ciò che esiste, qualcosa che non poteva esistere e che mi piacerebbe esistesse. E’ un po’ come aprire una nuova porta sul reale.

Fare arte trasportando semplicemente il reale in una dimensione museale o in uno spazio dedicato all’arte non aggiunge niente di più alla realtà. Non è ciò che io intendo per riscrittura. Anzi in questo modo la realtà rimarrà sempre più forte lì dove è nata, il paragone non regge. La rivoluzionaria idea di Duchamp viene rielaborata spesso in maniera troppo semplicistica. Limitarsi a operazioni di semplice ready-made per quanto travestite con elementi sociali e concettuali, è diventato ripetitivo e banale.

Ciò che invece penso si possa fare per esempio è intervenire nella realtà, viverla e modificarla, trasformarla anche di poco ma cercare di portarla in un’altra possibile direzione. Ristrutturarla e riscriverla, riprogrammarla perché non si può non considerare la sua dinamicità, il suo movimento perpetuo, bisogna essere consapevoli della coesistenza del permanere e del divenire.

Perciò l’arte può senz’altro riscrivere la realtà ma deve partire dalla sua non staticità. Sono mutati i luoghi dove il reale accade, si potrebbe tentare di accoppiarli, potrebbe essere una strada interessante: una coevoluzione di nuove certezze.