Quelle notti di rivoluzione: intervista a Claudio Boccaccini
“Le Belle Notti” di Gianni Clementi al Teatro Marconi di Roma dal 13 al 16 novembre per la regia di Claudio Boccaccini. L'intervista.

“Le Belle Notti” di Gianni Clementi al Teatro Marconi di Roma dal 13 al 16 novembre per la regia di Claudio Boccaccini. L'intervista.

“Le Belle Notti” di Gianni Clementi al Teatro Marconi di Roma dal 13 al 16 novembre per la regia di Claudio Boccaccini con cui abbiamo avuto il piacere di scambiare due chiacchiere oggi. 17 giovani e talentuosi attori sul palco a raccontare una storia commovente, malinconica ma allo stesso tempo tenera e che strappa molti sorrisi. Un’incursione tra giovani ventenni, in due momenti scolastici particolari e in due momenti storici diversi: la fine degli anni ’60 e l’inizio del 2000. Uno spettacolo che fa rilettere su come sono cambiati i tempi, gli animi e i desideri dei giovani liceali.
“Le Belle Notti” un intramontabile testo di Gianni Clementi. Cosa ti colpisce di più di questa drammaturgia e come la racconti con la tua regia? Come ci ha abituato Gianni Clementi, anche in questa sua drammaturgia si raccontano fatti concreti, basati su situazioni reali. Il periodo raccontato nella prima parte dello spettacolo è quello della fine degli anni ’60 per poi fare un salto temporale fino al 2002. L’idea geniale è di mettere a confronto la gioventù di due epoche completamente diverse: questo è l’aspetto del testo che ho trovato più interessante. La messa in scena cerca di esaltare la freschezza e l’ingenuità di questi 17 ragazzi, abbiamo lavorato molto sul loro modo di esprimersi sul palco.
Quanti anni aveva Claudio Boccaccini nel 1969 e come hai vissuto quel periodo? Nel 1969 purtroppo avevo già 16 anni. Sono stato anche io protagonista di ben due occupazioni: la prima nel 1971 al liceo e un’altra tra il ’74 e il ‘75 all’università. Quel periodo l’ho vissuto come i ragazzi de “Le Belle Notti”: facendo l’occupazione dell’istituto ma alternando aspetti molto seri e impegnati a cose molto più futili come è normale a quell’età.
Quale liceo hai frequentato? Per cosa lottavano gli studenti a quel tempo? Io ho frequentato una scuola che non esiste più, vicino alla stazione Termini a Roma. Lottavamo per gli ideali che erano ai nostri occhi la cosa più importante, e per cui valeva la pena vivere. Eravamo contro la guerra in Vietnam, si lottava contro l’ideologia americana, ma con tutta l’ingenuità del caso naturalmente. Lottavamo contro ogni forma di potere e di imposizione, fuori e dentro la scuola: ce la prendevamo con il preside, con alcuni professori, e cercavamo di idealizzare alcuni concetti che poi effettivamente erano imbevuti di frisca ingenuità. Per quanto mi riguarda ero molto simile ai ragazzi che raccontiamo adesso con “Le Belle Notti”.
Cosa è cambiato nell’animo e negli ideali dei ragazzi della fine degli anni ’60 con i ragazzi di oggi? È cambiato tutto, è un altro mondo. Non mi azzardo a giudicare se sia cambiato tutto in meglio o in peggio, ma non posso non contattare come sia davvero cambiato tutto. Noi eravamo una generazione che non aveva internet, un telefonino, il computer, era tutto qui e ora, era rapporto diretto, occhi negli occhi, ci si incontrava, si parlava solo se ci si incontrava. I nostri genitori erano distantissimi da noi, non avevano idea di che cosa noi facessimo, si fidavano, non eravamo né controllati né accuditi. Oggi è tutto completamente cambiato: ora i ragazzi sono controllati, accuditi, seguiti, c’è un rapporto costante, diretto, intimo, complice. Tra loro i ragazzi comunicano prevalentemente attraverso mezzi virtuali. Facendo un discorso da adulto avanzato, potrei dire che erano meglio i tempi nostri, ma sinceramente non lo so se erano meglio. Eravamo sicuramente più intraprendenti, più attivi, ma forse anche un po’ più ingenui.
Non è la prima volta che metti in scena questo testo, perché hai voluto riproporlo oggi e come hai scelto questo nuovo e talentuoso cast? Sì, non è la prima volta, addirittura è la quinta volta: questo spettacolo nasce nel 2008 e poi ha una serie di altre versioni successive. È un testo che è sempre attuale, anche oggi. Ho immaginato che sarebbe stato divertente anche in questi giorni, raccontare quelle due storie ambientate nel 2002 e nel 1969. Per il cast ci siamo rivolti naturalmente a giovanissimi professionisti. Hanno fatto il provino più o meno una sessantina di ragazzi per poi prenderne diciassette. Tre di loro sono miei allievi. Cercavo attori con delle capacità che però fossero ancora imbevuti di acerbità. Non abbiamo cercato attori troppo tecnici, anche se a quell’età è difficile che ci siano. Abbiamo cercato di sfruttare, anche nella messa in scena, la freschezza di tutti gli attori data anche dall’inesperienza.
Manifestare liberamente il proprio pensiero con il rischio di creare qualche disordine, è qualcosa che ancora oggi può funzionare per lanciare un messaggio? Ribellarsi è sempre giusto. Soprattutto quando ci sono motivi molto seri per farlo. Gramsci diceva “odio agli indifferenti”: è necessario prendere sicuramente le parti di una situazione se la si ritiene giusta, ed è giusto lottare per un ideale anche con il rischio di pagarne le conseguenze. Questo è un messaggio che ho ricevuto da questo testo e non solo, e che cerco di trasmettere ai ragazzi in scena, ma anche ai miei allievi.
