Lo dico subito, a scanso di equivoci: Checco Zalone non mi ha mai fatto ridere. E l’ho considerato un mio limite, un mio non saper capire una certa comicità.

Ieri sera ho voluto ascoltarlo con tutta la migliore predisposizione, perché volevo sentirmi anch’io parte di quella maggioranza che lo ama. E in qualche momento ho sorriso anche io. Ma al di là della simpatia suscitata dal suo parlare dialettale, dai suoi modi forzatamente trash, dall’ingenua ignoranza del suo personaggio, non ho trovato niente di stimolante né tanto meno di inedito. Ero in attesa di quella ventata nuova, di quell’energia prorompente che solo i comici sanno scatenare. Ma non è arrivata.

Ho ascoltato piuttosto un intervento pieno di stereotipi vecchi di decenni: una trans è per forza di origini brasiliane, una trans necessariamente si prostituisce, ma anche lo stereotipo secondo cui la transizione di identità di genere avviene solo dal maschile al femminile. Siamo davvero così indietro?

Purtroppo sì, Checco Zalone non è un caso isolato, non è un fenomeno (nel bene o nel male, fate voi) ma anzi è il frutto della nostra società. E’ il prodotto pseudo-artistico del nostro comune sentire.

La comicità si costruisce sempre sugli stereotipi, li manovra e li manipola proprio per farci ridere di noi stessi, per farci aprire gli occhi sui nostri limiti. Se Checco Zalone manipola lo stereotipo della trans che si prostituisce (in questo caso con il sovrano della favola narrata in coppia con Amadeus) è perché questa immagine è talmente radicata ancora nelle menti di molti di noi che vale la pena costruirci sopra uno sketch. Ci sarà sicuramente chi ne riderà.

Se Checco Zalone scherza sul numero 48 di scarpe della trans Oreste, più che far ridere sdogana certe battutine omofobe che ancora circolano tra di noi per ridicolizzare una persona transgender, e pronunciandole sul palco di Sanremo conferisce loro addirittura un valore artistico.

Anticonformista è stato definito. Anacronistico direi piuttosto. Forse Checco Zalone è partito con tutte le buone intenzioni di sbeffeggiare la transfobia, ma poi ci è scivolato dentro fino alla gola, inciampando in quegli stessi cliché che avrebbe dovuto ridicolizzare e mettere alla berlina.

In effetti è difficilissimo scrollarsi di dosso una cultura secolare. E allora capiamo che il lavoro da fare è ancora tantissimo, a cominciare dall’abc. Per questo il consiglio (a Checco Zalone e a chi ha riso con lui) è di andare a rileggere le linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT, perché bisogna ripartire dalle parole, per costruire un immaginario più confortevole per tutti.

E voglio cominciare io per prima ad usare parole migliori, sostituendo la parola transfobia con transnegatività. Perché i luoghi comuni vanno smontati con un approccio transpositivo, come ci spiegano da tempo gli psicologi. E la comicità deve essere sempre un passo avanti, e non voltarsi indietro a guardare al passato.

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