Ro.Mens: dal 1 al 7 ottobre a Roma il festival della Salute Mentale
Dal 1 al 7 ottobre va in scena A Roma la quarta edizione di "Ro.Mens" il festival della Salute Mentale. Intervista al dottor Claudio Rosini.

Dal 1 al 7 ottobre va in scena A Roma la quarta edizione di "Ro.Mens" il festival della Salute Mentale. Intervista al dottor Claudio Rosini.

Dal 1 al 7 ottobre va in scena la quarta edizione di “Ro.Mens” il festival della Salute Mentale organizzato dai Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL Roma 2 in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche Sociali e alla Salute di Roma Capitale e con il patrocinio della RAI.
Il Festival nasce con l’intenzione di promuovere il tema della Salute Mentale, per abbattere i muri del pregiudizio e per favorire atteggiamenti di accettazione. Si rivolge ai cittadini del distretto della Asl Roma 2 e non solo, con l’obiettivo di facilitare i processi di inclusione e abbattere lo stigma che ancora avvolge le persone con più o meno gravi disagi mentali. Inoltre, compito da non sottovalutare, consente di conoscere i servizi pubblici dei Dipartimento di Salute Mentale, mettendo in relazione i cittadini con rappresentanti delle istituzioni, operatori socio sanitari e altri utenti che usufruiscono (o hanno già usufruito) dei servizi erogati. Quest’anno, nella IV Edizione del Festival, il tema quanto mai attuale è relativo ai giovani e alla loro salute mentale che sta raggiungendo livelli preoccupanti e che va affrontata con serietà e collaborazione.

Per raccontare meglio cos’è e come nasce Ro.Mens ho intervistato il dott. Claudio Rosini, psichiatra e responsabile del “Centro Studi e documentazione Luigi Attenasio – Vieri Marzi” del DSM ASL Roma2, attivo sul web con un sito www.salutementale.net, tra i promotori del festival oltre che organizzatore di presentazione di libri, di iniziative culturali e scientifiche. All’interno del centro Studi lavorano utenti dei Servizi di salute mentale del Dipartimento Integrato di Salute Mentale, Neuropsichiatria Dell’infanzia e Dell’adolescenza e Delle Dipendenze Patologiche della ASL Roma2
Dott. Rosini, il Festival “Ro.Mens” è giunto alla sua IV Edizione. Come nasce l’idea di un festival sulla salute mentale e come è stato accolto dalla cittadinanza?
L’idea del festival nasce dall’esigenza di coinvolgere il maggior numero di persone a partecipare ad eventi che fossero inerenti alle tematiche del disagio mentale, attraverso le forme di espressione più varie. Fin dall’inizio una particolare attenzione è stata rivolta al mondo giovanile che era stato particolarmente colpito e provato dagli effetti della pandemia sulla possibilità di vivere una vita di relazione libera e soddisfacente (la prima edizione è del 2022 in prima fase post-pandemica). L’idea era quella di creare un appuntamento dedicato alla salute mentale che aiutasse ad abbattere i pregiudizi e a favorire l’inclusione. Per questo abbiamo coinvolto sin dall’inizio istituzioni politiche e sociali, scuole, università, ma anche artisti, sportivi, operatori, utenti e famiglie.
L’idea che sta dietro il Festival è quella di costruire eventi che permettano la partecipazione attiva dei soggetti coinvolti, in primo luogo studenti ed insegnanti delle Scuole del nostro territorio. Con il passare delle edizioni e il crescere dell’interesse suscitato, si è pensato di attivare concorsi artistici, musicali e da quest’anno anche fotografici, che permettessero la partecipazione anche a persone non presenti nel nostro territorio. Tutte le iniziative hanno avuto un impatto significativo, in particolare in ambito scolastico, anche perché gli eventi finali sono sempre stati preparati da un lavoro svolto dagli operatori nei diversi territori della nostra ASL.

Nel corso del Festival si susseguono incontri di tutti i tipi e anche concorsi musicali e fotografici per coinvolgere i più giovani. Che riscontro avete in questo senso? Le nuove generazioni sono più aperte al tema della salute mentale?
Nel corso delle diverse edizioni del Festival e nei numerosi incontri che hanno preso forma al suo interno, è emerso con chiarezza un bisogno forte e condiviso da molti giovani: quello di poter parlare del proprio mondo interiore, delle emozioni che lo abitano e delle fragilità che spesso restano taciute. Non si tratta di affrontare il tema con linguaggi accademici o approcci troppo specialistici, ma di creare uno spazio autentico, accessibile a tutti.
Il Festival vuole offrire un luogo in cui le emozioni vengono nominate, esplorate e condivise senza timore di giudizio. Perché ciò che non trova parola o ascolto rischia di trasformarsi in disagio, di appesantire i legami o, nei casi più estremi, di sfociare in veri e propri disturbi. Accogliere questo bisogno significa restituire dignità all’esperienza emotiva, farne un terreno di incontro e non di isolamento. Questo è l’aspetto su cui abbiamo trovato maggior riscontro sia nei confronti avuti nelle scuole, sia nelle opere che gli studenti hanno presentato ai concorsi in tutte le edizioni del Festival. Il bisogno di esprimersi, di comunicare ciò che sentono e vedono è fortissimo ed è una responsabilità che tutte le generazioni adulte devono tenere ben presente.
Crede che iniziative di questo tipo siano utili ad abbattere ogni giorno di più lo stigma che è ancora molto forte intorno ai disturbi mentali?
Sì, credo siano utili perché contribuiscono a ridurre lo stigma che ancora circonda i disturbi mentali. Mi ripeto, ma parlare di emozioni in uno spazio libero, accogliente e non giudicante, esprimerle attraverso le diverse forme di comunicazione artistica che proponiamo nei diversi concorsi aiuta ad accogliere e riconoscere esperienze e reazioni alle circostanze della vita che appartengono a tutti, restituendo dignità a fragilità e difficoltà che troppo spesso vengono vissute come qualcosa di cui vergognarsi, perché come diceva Franco Basaglia “visto da vicino nessuno è normale”. Lo stigma nasce dal silenzio, dalla paura e dalla mancanza di conoscenza. Ogni volta che un ragazzo, una ragazza o un adulto trova il coraggio di esprimere il proprio sentire in un contesto collettivo, si apre una possibilità nuova: quella di guardare al disagio non come a un’etichetta o a una colpa, ma come a una parte della condizione umana che merita comprensione e sostegno.
In questo senso, iniziative come il Festival non solo creano consapevolezza, ma alimentano una cultura diversa: una cultura in cui la salute mentale è considerata parte integrante del benessere complessivo, e in cui chiedere aiuto non è segno di debolezza, bensì di forza e responsabilità verso sé stessi e verso gli altri.

Avete mai pensato di allargare la platea di Ro.Mens e coinvolgere le altre ASL e l’intero SSN per renderlo un evento di carattere nazionale?
La possibilità di allargarla è sempre possibile ma, essendoci molte iniziative che si pongono obiettivi simili, riteniamo che mantenere la prossimità con il proprio territorio sia un valore aggiunto per iniziative come queste. La molteplicità di eventi e di attori coinvolti, ognuno con la propria specificità, ha più efficacia di un evento nazionale che rischierebbe di essere vissuto come più distante dalle persone che dovrebbero esserne protagoniste. Il nostro auspicio è che iniziative come la nostra si moltiplichino nel territorio rendendo sempre più protagonisti tutti coloro che vogliono partecipare: è dallo scambio continuo tra tutti che si crea una cultura diversa e migliore.
Sul vostro manifesto fate riferimento alla storia di Marco Cavallo, una scultura di legno e cartapesta realizzata nel 1973 all’interno del manicomio di Trieste come simbolo di un processo di liberazione e di abbattimento delle barriere. Secondo la sua opinione cosa è rimasto oggi di quel simbolo e cosa, a 47 anni dall’approvazione della legge Basaglia, andrebbe rivisto dell’approccio medico e sociale alla salute mentale?
In realtà il cavallo rappresentato nel nostro Manifesto si chiama “Marco deSanba” ed è un cavallo di cartapesta, costruito dagli utenti della comunità psichiatrica di Piazza Urbania e del teatro Popolare san Basilio di Roma, che si ispira, chiaramente, al più famoso Marco Cavallo, simbolo dell’eliminazione della separatezza che i manicomi rappresentavano tra cosiddetti “sani” e i cosiddetti “malati”.
Questo simbolo è ancora attuale perché continua a rappresentare la liberazione dalle gabbie dell’emarginazione e del silenzio che per decenni hanno circondato la malattia mentale. È l’immagine della possibilità della cura per i pazienti con disturbo mentale e non solo del contenimento e della separazione come era prima della legge Basaglia.
Oggi, purtroppo, anche se i manicomi non esistono più, si stanno innalzando nuovamente barriere verso le persone con disturbo, barriere fatte di stigma e pregiudizio che sviluppano paura, facendo riemergere quel pensiero spaventoso del “Noi e Loro” che per 50 anni abbiamo cercato di combattere. Marco Cavallo ricorda che il cammino non è concluso anzi…forse c’è bisogno di un nuovo inizio che ricordi a tutti cosa c’era prima del 1978.

In ultimo, su questo blog, siamo soliti chiudere ogni articolo con un suggerimento ai lettori. Questa volta lo chiedo a lei: un libro, un film, una mostra, una canzone o qualsiasi altra cosa che possa aiutare chi ci legge a capire meglio ciò di cui stiamo parlando.
Mi viene da indicare tre film: due di qualche anno fa e uno più recente.
Il primo è C’era una volta la città dei matti, che racconta l’esperienza di un giovane Franco Basaglia all’ospedale psichiatrico di Gorizia.
Il secondo è La meglio gioventù, un ampio affresco che attraversa decenni di storia italiana e mostra come un clima culturale aperto e solidale abbia reso possibile la Riforma Basaglia e l’umanizzazione delle cure, favorendo un cambiamento così profondo.
Il terzo, più recente, è Marilyn ha gli occhi neri, che restituisce uno spaccato dell’impegno quotidiano e della ricchezza delle attività che si svolgono nelle strutture pubbliche dei Dipartimenti di Salute Mentale.
Ringrazio il dott. Rosini per la disponibilità e vi do appuntamento dal 1 al 7 ottobre alla IV Edizione di “Ro.Mens”, tutte le informazioni e il programma completo sono a questo link.
