“Io ballo, mi piace, è una cosa che faccio per me e che mi piace condividere. E’ il motivo per cui ho iniziato a fare la dj. Non c’è nessun messaggio dietro. Forse sono io, il mio essere è tutto qui. Sono palestinese, sono una donna, sono musulmana. La musica e il ballo non sono cose che faccio di proposito, sono nata così. Voglio solo fare musica”.
(Da un’intervista a Sama’ Abhdulladi tratta da un documentario di Jan Beddegenoodts a lei dedicato).

Sama’ Abdulhadi, definita spesso la techno queen araba, un’artista che si era esibita anche in Italia nell’autunno 2019, il 27 dicembre dello scorso anno è finita in galera.

Non ha infranto leggi o regole anti Covid-19 nel suo paese, la Palestina. E’ finita in galera perché ha suonato la sua musica, ovvero techno e non tradizionale palestinese, nei pressi di Jericho, a Nabi Susa, in un sito gestito dal Ministero del Turismo palestinese. Proprio il ministero l’aveva autorizzata preventivamente in forma scritta a filmare la sua performance.

Sama’ non si è certo esibita all’interno di una moschea, né dove alcuni ritengono sia sepolto il profeta Mosè. La sua performance ha avuto luogo in una zona in cui sorgono anche un hotel/ostello e un bazar di souvenir.

Mentre scrivo, la petizione su Change.org a favore della dj producer palestinese Sama’ Abdulhadi è ormai arrivata al traguardo delle 100.000 firme. La Repubblica ha appena ripubblicato sulla sua pagina Instagram, una lunga e bella videointervista fatta all’artista nel giugno 2019, la BBC e tanti siti di settore stanno dando spazio a una vicenda paradossale.

Sono notizie positive, perché l’attenzione sul caso conta, ma non basta. Le autorità infatti stanno prendendo tempo per indagare su un fatto di una semplicità cristallina.

La techno è oggi musica del diavolo, un po’ come la trap, ruolo che in passato si erano presi anche il blues e il rock. Ma nessuno, in nessun caso, in nessun paese del mondo, nel 2021, può essere detenuto per motivi musicali.

E invece è proprio ciò che è successo a Sama’. Non è un caso, ovviamente, che Sama’ sia una donna e che la techno, chissà perché, sia considerata occidentale e quindi lontana dall’eredità di un paese come la Palestina.

La musica elettronica da ballo, che gli americani chiamano EDM (electronic dance music) è oggi anche un fenomeno economicamente rilevante, come i documentari seri di Netfflix e le serie tv solo divertenti di Sky o di Mediaset.

Ma proprio la musica con la cassa dritta in 4/4, così come l’hip hop, sono ormai un fenomeno giovanile e mondiale, proprio perché parlano tutte le lingue dei ragazzi e delle ragazze del mondo e non sono riconducibili solo all’industria musicale e ai grandi numeri.

Techno e house, in particolare, sono nate in party underground, negli USA, pieni di persone poco tollerate altrove, anche per le loro preferenze sessuali. Non è un caso che oggi proprio la techno, musica soprattutto strumentale, che non pretende di cambiare il mondo solo il suo ritmo, rappresenti un problema.

Perché il ritmo è sempre un dannato problema, così come una ragazza palestinese che vuol solo ballare e, se possibile, far ballare.

Io sto cercando di fare di tutto per far si che si parli della ingiusta detenzione di Sama’ Abdulhadi. C’è bisogno, di farsi sentire, anche nell’ambiente del clubbing internazionale. Nonostante si tratti di una dj molto nota, sono sinora pochi i colleghi che si siano schierati apertamente contro l’ingiusta detenzione di Sama’ con chiari post su Instagram, il social più seguito dai ragazzi. Tra loro, Adam Beyer e Ida Engberg, la coppia più bella dell’elettronica mondiale e The Blessed Madonna.

Per il resto, troppo poco. Non credevo che anche in questo caso gli artisti del mixer preferissero continuare nell’attività che più amano, l’auto celebrazione in forma di selfie. Si vede che senza l’energia del pubblico, con i locali chiusi, hanno perso anche l’energia mentale per fermarsi a riflettere. Oltre che tristezza, fanno tenerezza.

Noi comuni mortali, gente che di applausi ne prende pochi, possiamo invece scrivere e riscrivere l’ovvio, ovvero: #FreeSama.

Mentre scrivo arriva un aggiornamento, per fortuna positivo: la sera del 3 gennaio 2021, in serata, Sama’ Abdulhadi è stata rilasciata su cauzione. Non può lasciare il suo paese, la Palestina, ma è a casa con la sua famiglia. E’ una notizia splendida, ma tutti gli interrogativi che ponevo nelle righe qui sopra restano aperti. Infatti, l’indagine sulla sua performance continua. 

L’account Instagram di Sama’ Abdulhadi