C’è stato un tempo – ero giovane, inesperta – in cui sono stata nemica delle altre donne. Me le figuravo tutte ostili, maldisposte sul mio conto. Mi sembrava che la loro presenza imponesse un esercizio di autocritica costante. Sono stata una bambina docile, un’adolescente insicura. Mal tolleravo l’attitudine degli adulti a confrontarmi con le altre. Era un vizio genuino – l’ho compreso con ritardo. Allora mi appariva insostenibile.

A dieci anni ero assediata dalle qualità che avrei dovuto avere. Il bisogno di accettazione si era tradotto in una ricerca dolorosa di argini. A lungo ho sabotato tutti i tentativi di uscire dal corredo degli antichi schemi. Volevo piacere, nell’unico modo in cui mi era stato insegnato a piacere: addomesticando la voce, temendo gli eccessi, adattandomi con compiacimento allo sguardo altrui.

Sono stata nemica perfino di me stessa. Sapevo riconoscere con entusiasmo gli slanci altrui; guardavo i miei con ritrosia. Non mi sentivo capace di grandi visioni. Le ragazze attorno a me erano scarmigliate e feroci, spigliate, bellissime. Mi feci vulnerabile al giudizio. Non volevo che lo svelamento – l’attimo in cui tutti avrebbero conosciuto la mia incapacità di stare al mondo – avvenisse per mano di una di loro. Così rifuggivo il confronto.

Poi qualcosa cambiò. La letteratura è stata il primo scandaglio. Mi ha aiutato a esplorare le profondità: le mie, quelle delle altre. Ritrovai un terreno di fatica comune, uno spazio di tregua. Ritrovai soprattutto una storia, che era una storia di tormenti e resurrezioni implacabili, ma era la storia di tante. Mi sentii meno sola.

La prima fu Lucy Maud Montgomery. La conobbi con Marigold. Arrivarono poi Eleanor Hodgman Porter, Jane Austen, Frances Hodgson Burnett. L’immancabile Louisa May Alcott. I libri che leggevo divennero lo specchio impietoso di alcune mie paure. Forse per questo seppero rinfrancarmi.

Sebbene le amassi molto, non ho mai saputo ritrovarmi nelle indomite. Le eroine della mia infanzia vivevano una felicità guastata. Fallivano, ammettevano il fallimento senza darsi per vinte, lo stesso sapevano rallegrarsi. Mi sentii a lungo una Beth March che voleva diventare una Jo. Non so dire se il salto sia stato compiuto. Credo tuttavia di aver fatto spazio alle mie fragilità. Venne a mancare l’urgenza di doverle nascondere.

Cominciai a farmi delle amiche. Alcune mi somigliavano: condividevamo una disperata pazienza e molti timori. Altre erano ragazze diverse da me: audaci negli approcci, scanzonate, divertenti. Non invincibili, ma determinate. Le donne più importanti della mia vita sono state tutte così. Le ho scelte perché erano il mio opposto.

Non volevo che l’affetto sorgesse per aderenza a un dolore, volevo che entrasse come luce da una crepa. Ho avuto (e ho) per amiche donne luminose: devo tutto a loro.

Ho messo a fuoco tardi che nessuna è immune alla fatica. Streghe o sante, regine o ancelle, belle o brutte, fragili o forti, indocilite o ribelli, lavoratrici o disoccupate, donne sole o mogli, siamo tutte imbrigliate nel racconto asfittico che ci vuole dall’una o dall’altra parte. Nell’acquiescenza ai riti, nell’adesione ai ruoli, nelle pretese di conformità.

L’irriducibile diversità che avevo avvertito in passato era una menzogna. Quelle ragazze, quelle donne, aderivano al mondo con la stessa insofferenza. Ognuna di loro conduceva battaglie a me conosciute. C’era in loro la stessa tendenza alla mobilità – all’avventura – la stessa ostinata ricerca di vie di fuga. Poco importa se fossero più o meno sovversive, agitatrici, anarchiche. Vivevamo una storia che ci faceva sorelle senza il bisogno stentato di parentele.

Fu una promessa di felicità. Non si doveva ragionare per estremi, si doveva fare spazio alla complessità. Uguali o diverse: eravamo dalla stessa parte. Potevamo ascoltarci, capirci, prenderci cura l’una dell’altra, migliorarci l’esistenza a vicenda. Fui sollevata.

Mi tenni a distanza solo dai cattivi sentimenti, per il resto cominciai a sperimentare una nuova verità: sono state sempre loro a salvarmi.

Ho speso molto tempo a sorvegliare le mie resistenze, quando bastava guardarmi intorno, parlare, parlarne. Adesso so che bisogna partire da qui: dobbiamo trovarci, avvicinarci, non disperderci. Le inquietudini che disturbano i nostri pensieri possono farsi racconto collettivo. Invitiamo alle parole, alle carezze.

Soprattutto: non sentiamoci sole, non lo siamo.