Era uno degli slogan memorabili del movimento femminista degli anni ’70. A questo grido il 26 gennaio torna il festival Witches Are Back 2024 al Forte Prenestino di Roma, per il 14° anniversario della fondazione dell’omonimo collettivo internazionale, a cui consiglio almeno di affacciarvi!

Tremate, tremate, le streghe son tornate!

Witches Are Back è un collettivo internazionale di artiste/* indipendenti, appartenenti a varie scene underground, sganciate/* totalmente dalle logiche mainstream di mercificazione del panorama artistico e culturale, con un intenso focus politico sull’attivismo transfemminista intersezionale e dagli inequivocabili contenuti esoterici.

Il progetto “Witches are back”
in arrivo al Forte Prenestino

Il progetto nasce a Roma nel 2010 e si sposta a Berlino nel 2015, dove magiche creature provenienti da diverse parti del mondo si sono unite al team, con l’obiettivo di dare ad artiste/*della scena underground e al loro pubblico più spazi sexism free e queer safe nei quali esprimersi, in eventi organizzati professionalmente che includono performance art, concerti, DJ set, talk e mostre d’arte, promuovendo così il talento creativo e dando nuovi stimoli alle culture alternative.

Nel 2020 le streghe fondano la loro etichetta discografica e la loro trasmissione radio, che trova il suo spazio all’interno del palinsesto di Radioforte, la radio del Forte Prenestino. Nel 2021 lanciano l’iconica campagna di hackvertising Queer Is Not A Brand portandola in varie parti del mondo. In oltre una decade di attività, Witches Are Back ha ispirato generazioni di artiste/*, creative/*,attiviste/*, portando in auge la figura della strega in quanto protagonista assoluta dell’immaginario della lotta transfemminista contemporanea e derive dei gruppi e collettivi che a Witches Are Back si sono ispirati nel corso di questi 14 anni, sono state spesso però profane e materialiste, fino a diventare dei veri e propri trend.

Witches Are Back con le sue attività ribadisce la necessità di un approccio spirituale oltre che politico, rifiuta l´appropriazione culturale del tema della strega in un contesto di tendenza culturale vuoto e orientato, anche se inconsapevolmente, a forme di comunicazione basate sull´immagine e non sul contenuto, e incoraggia le/* outsiders ad avvicinarsi a, e ad abbracciare, una visione esoterica della conoscenza dell’esistenza umana.

Il programma

Al Forte Prenestino la giornata del 26 gennaio sarà ricca di attività: workshop, talk, musica performance e visual art dal pomeriggio fino a notte fonda ché alle streghe il buio è consono.

Qui, sul sito delle streghe (di cui anche io faccio spaventosamente parte), o sull’evento Facebook potrete visionare tutti gli appuntamenti, chiede ulteriori informazioni o iscrivervi a qualche workshop. A grandi linee vi anticipo qualcosa.

Arianna Forte propone un talk dall’evocativo titolo: Lanciare incantesimi nei regimi computazionali, Arianna Attimonelli invece ne propone un altro dal titolo Gender & Technology: il logos degenere. Sempre in merito a talk, Chayn Italia propone Pozioni e applicazioni: cyber rimedi contro la violenza digitale di genere, mentre Shrui Kan un altro dal titolo Loopera.

Per chi ama fare due zompi e dimenare braccia e gambe liberamente Suit Kei sarà in consolle a suonar vinili così come Raving Zebra. Saranno impegnate in live Vilhell, Alexia Robbio, Giardino violetto, La G e Lady Debs & dj Miss Alabama senza farsi però mancare un bel trash karaoke.

Le performance saranno varie, miste e per tutti i gusti, dalla body art estrema alla acrobatica aerea, passando per reading e danza contemporane.

Il mio apporto

Negli spazi del Teatro del Forte Prenestino andrà in scena, sempre venerdì 26 gennaio alle ore 20.00, la mia performance Sì, sono una puttana  a cura di Michela Becchis e Roberta Melasecca con la conconsulenza d’immagine di Anna Varchetta.

La performance che nasce da un testo della poeta americana e attivista Clementine Morrigan, vede la partecipazione di dieci streghe generose, provenienti dagli ambienti e lavori più disparati perché ognuna di noi è una performer nel cuore, serve solo mettere in vibrazione quella parte creativa. Per questo ci sono io!

Sul palco vedrete la soprano (e non il soprano!) Loredana Margheriti, la guida turistica e educatrice professionale Daniela Carreras, l’odontoiatra Maria Teresa Filetici, Edith Fatoumata Maiga che si occupa di migrazioni e di mediazione culturale, la curatrice Roberta Melasecca, l’archeologa Selene Pacelli, Francesca Perti curatrice anch’essa, la traduttrice Alessandra Pompa, visual merchandiser Miriam Procopio, e Annagrazia Stammati Presidente del Telefono Viola, del CESP nonché insegnante, ora in pensione, al carcere di Rebibbia. 

Dal testo critico Il mistero della puttana di Michela Becchis 

“Puttana. Un nulla cambia una donna da Maria alla Grande Meretrice. Basta ancora una calza sfilata, due tette troppo grandi, ma il culmine della dissoluzione femminile è dire “NO”. […]

Anche dentro una società più o meno organizzata e che non prevede una rivelazione finale, la donna, ancor prima di scegliere un ruolo che trasgredisce e al tempo conferma l’etica patriarcale, è comunque una sorta di incidente necessario solo a perpetrare la genia dei maschi, è comunque una macchina della sovversione sempre pronta ad esplodere e in quanto tale è necessario codificarla per poterla più facilmente archiviare.

Allora anche la categoria puttana è importante che venga delineata e soggettivata dal pensiero ossessivo maschile che ordinatamente separa desiderio buono da distruzione, amore da violenza e presenti il desiderio maschile come colonna della società patriarcale con il ruolo della donna equamente diviso tra quello pubblico di madre/moglie e quello privato/denegato di puttana. […]

Allora se è l’ordine simbolico maschile a codificare puntigliosamente chi sia una puttana, come può una donna riappropriarsi di se stessa e autodeterminarsi anche ponendosi dentro quella categoria che esala desiderio maschile? 

È quanto fa Barbara Lalle in questa performance. Prende il testo di Clementin Morrigan, gli presta il suo corpo femminile e lo guarda da dentro. […]

Ecco quindi che mettendo in scena una molteplicità di donne, il monolitismo morale codificato e introiettato nel trauma della brutta sporca e cattiva viene meno. Si rientra in quella frattura fatta di mistero che è e si impone come frattura apocalittica nell’universo maschile. Chi? Chi è la grande meretrice? Chi tra quelle donne è Maria, il buono e l’ubbidiente, chi Babilonia, il cattivo che reca confusione? Quale tra le donne che ci guardano trasgredisce alla Legge?

Tutte. Perché Lalle introduce un altro elemento intollerabile per la presunta unicità, singolarità del desiderio maschile, fatto in realtà di solipsistica e nevrotica ripetitività: la relazione. Questa dentro il sistema politico, linguistico, simbolico patriarcale non è pensabile perché è ciò che interconnette pluralità e parzialità che non si compongono, non si sovrappongono e sono perennemente differibili e tuttavia si dipendono perché si riconoscono e mettono in circolazione anche lo stesso trauma mutandolo in conoscenza e anche in arte, in un’azione simbolica cioè che non ha pretesa di controllo. 

È in questo che risiede quel mistero che scompagina la certezza del reale codificato fatto di oggetti dotati di proprietà facilmente riconoscibili. Ecco perché nel tableau vivant che vedrete c’è certamente quella idea di relazione che è cardine del pensiero di genere, ma c’è anche l’indecifrabilità di dove si nasconda davvero, in cosa mai consista quel potenziale di sovversione che ogni donna reca con sé, che sia una puttana o un’anziana signora che sorridendo raccontò che il suo perfetto matrimonio borghese era stato così solido e lungo perché a suo marito 

“Non aveva mai dato confidenza”.

Dal testo critico Auto-soggettivazione del corpo di Roberta Melasecca

Sì, sono una puttana. Il testo di Clementine Morrigan, crudo, veritiero, lucido, appassionato, a tratti spietato, si incarna nell’azione di Barbara Lalle e in quella della materia che si presta all’effigie delle dieci donne partecipanti alla messa in scena del tableau vivant. La parola dice, la presenza conferma. 

Dobbiamo scoprire un linguaggio che non si sostituisca al corpo a corpo, come tenta di fare la logica paterna, ma lo accompagni, parole che non escludano il corpo, ma che parlino corpo

sostiene la filosofa belga Luce Irigary, affermando la necessità di una cultura che si fondi sui due soggetti, quello maschile e quello femminile, e quindi di una doppia sintassi di peculiarità irrinunciabili, uniche condizioni per una visione alternativa della soggettività delle donne e degli uomini. La performance di Barbara dichiara questa ferma intenzione e la scelta di interpretare il testo di Clementine attraverso un sistema di espressioni ed immagini ne afferma lo spirito più profondo, radicato in un continuum di esperienze.

Allora la voce, che evoca visioni mentali, si frantuma e si parcellizza, si destruttura, per divenire condivisione, che non annulli le differenze ma le consideri come specificità di un diversificato sistema culturale. […]

Sulla nuova identificazione e identità del soggetto-donna, che mantiene al centro il corpo come manifestazione del suo essere differenziato e non omologato e che si pone in binario parallelo e con complementare al soggetto-uomo, si instaura, dunque, un nuovo ed inedito equilibrio, ancora fragile ma in divenire continuo. Nel superamento della dicotomia tra soggetto e alterità e nella rifondazione di un paradigma culturale, appare uno spazio naturale di relazione che affonda le sue radici nel desiderio, un universo simbolico che anela all’infinito e che esprime il reciproco riconoscimento.

La performance di Barbara Lalle è, così, scrittura del corpo: non è rappresentazione figurativa ma processo di autosoggettivazione e autodeterminazione di esso in una traslazione terminologica che meglio definisce il corpo come soggetto e lo allontana dall’essere naturalmente oggetto. Lo stesso tableau vivant è sostanza vivente, parola realizzata, corpo non indistinto, scrittura visiva personificata che fluisce inevitabile dall’’essere’ dell’artista, medium consapevole tra la realtà della vita e la realtà del pensiero.”

Si ringrazia per l’immagine di copertina, della serie The AbsenceAttilio Solzi
scatto di un progetto sul tema della prostituzione

 
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