Oggi sappiamo bene che, oltre a creare valore per gli azionisti, l’impresa deve conservare nel tempo il capitale ambientale, sociale e umano, grazie all’ottimizzazione delle risorse. Bene. Prima di leggere il Rapporto Consob sul fattore S (Social) degli ESG (Environmental, Social, Governance) mi figuravo il Punto G come il cuore della faccenda (un po’ come nella vita): quella pratica in cui trovavano evidenza gli impegni di una azienda sulla S e E.

In realtà, adesso, vedo la S al timone della trasformazione in ottica 2030:

Emerge come anche i temi ambientali e di governance abbiano per l’impresa una dimensione sociale. I fattori E e G sono quindi essi stessi componenti del fattore S ai quali è stata attribuita, con ragionevole pragmatismo, autonoma rilevanza perchè prioritari nell’agenda internazionale (ad es., riduzione delle emissioni di CO2) ovvero per la facilità della loro formulazione (ad es., quote di genere negli organi di amministrazione e controllo delle società o lotta alla corruzione)“.

Una sorta di S-Sabotaggio, la lettera capace davvero di accendere i motori dell’acronimo ESG e portare – non solo l’Europa – a trasformare un sistema al collasso in un altro realmente sostenibile: socialmente, finanziariamente, ambientalmente. In fondo, il pianeta Terra, senza di noi, non avrebbe avuto problemi da risolvere e per questo, adesso, cambiare il nostro comportamento diventa determinante per la sopravvivenza della specie, oltre che per etica.

Ma c’è un problema. Il fattore S è decisamente di difficile misurazione e analisi, tanto da essere spesso connotato solo qualitativamente, a differenza del fattore E (per il quale, a partire dai cambiamenti climatici, si sono quantificati obiettivi comuni a livello internazionale) e del fattore G (per il quale è possibile individuare strumenti organizzativi e procedurali applicabili in modo standardizzato): ad oggi esiste un solo strumento scientificamente valido in Europa in grado di misurare l’impatto S delle aziende, l’S-Assessment, ma comunque mancano le tassonomie e resta un mezzo secolo di ritardo rispetto alla E in termini di studi scientifici e metriche.

La difficoltà e la prudenza di definizione e misurazione del fattore S

  1. Il fattore S è spesso confuso con la responsabilita sociale d’impresa, nata da tempo dalle istanze sociali delle comunità coinvolte nell’attività economica, prima di tutte quella dei lavoratori e delle lavoratrici, rispetto alle condizioni di lavoro. Tali istanze hanno nel tempo generato corpose normative a tutela del lavoro attraverso obblighi, divieti e standard imposti alle imprese. Il risultato, oggi, è che – una volta acquisiti stabilmente alcuni diritti fondamentali per lavoratrici e lavoratori – è venuta meno la tensione ad approfondire e identificare parametri e sistemi di valutazione dell’impatto sociale dell’attivita di impresa.
  2. Il fattore S è di difficile standardizzazione perchè risente dei diversi contesti culturali, economici e giuridici: con la globalizzazione, le grandi imprese spesso delocalizzano le attività produttive e utilizzano catene di fornitura in aree che non sempre soddisfano i diritti civili, i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, il contrasto al lavoro minorile o alla discriminazione. Come concepire il fattore S a livello globale fino a quando alcune condizioni sociali minime sono così eterogenee nel mondo?
  3. Il fattore S obbliga alla trasparenza assoluta, dato che io suoi testimoni sono i dipendenti e le dipendenti: le aziende sono così disincentivate ad esporsi, temendo rischi reputazionali e legali, sanzioni e boicottaggi.
  4. Il fattore S non è percepito dalle persone (“l 97% degli italiani e delle italiane che ha sentito parlare di sostenibilità si riferisce spontaneamente all’ambiente“, secondo il secondo rapporto annuale di Eikon e ADNKronos) e quindi le aziende non sentono urgenze di intraprendere percorsi di miglioramento.
  5. Il fattore S è difficile da monetizzare (per esempio, come valorizzare l’impennata degli affitti nelle zone dove hanno insediato i propri quartieri generali colossi come Google o Twitter?).

Fino ad oggi le istanze sociali sono rimaste dunque confinate ai gesti spontanei di imprenditrici e imprenditori illuminati oppure di gruppi associativi di nicchia (terzo settore, ONG, Associazioni, Cooperative, ecc.) oppure di soggetti pubblici pressati da emergenze sociali contingenti.

I fattori sociale e la loro dimensione
interna e esterna

Secondo Consob, i fattori sociali hanno una dimensione interna e una esterna all’impresa. La dimensione interna riguarda, ad esempio, la gestione delle risorse umane (uguaglianza e pratiche non discriminatorie, istruzione e formazione, orario di lavoro, sicurezza sul posto di lavoro, lotta alla disoccupazione) e le ristrutturazioni aziendali (attenuazione delle loro conseguenze sociali e locali e protezione dei diritti dei lavoratori). La dimensione esterna riguarda invece le comunita locali (ovvero il supporto a iniziative a sostegno delle fasce deboli, la valorizzazione di partnership locali, progetti di welfare per famiglie e comunità locali, iniziative di aggregazione sportive o culturali), i fornitori e i consumatori (tutela della salute dei clienti e il rispetto dei loro criteri etici, l’applicazione di codici di condotta a tutti i livelli della catena organizzativa e produttiva, ecc.) e la comunità universale (ovvero il rispetto dei diritti umani e gli impatti ambientali).

Per fare ancora più chiarezza, suggerisco di ascoltare questo podcast, in cui Ilaria Gentili, Senior ESG analyst di Eurizon, incontra Riccardo Stefanelli, amministratore delegato di Brunello Cucinelli (nota per l’approccio imprenditoriale fondato sul concetto di capitalismo umanistico e sulla centralità della dignità morale ed economica dell’essere umano) per esplorare l’aspetto sociale nella creazione di valore ESG: la gestione degli aspetti sociali di un’azienda crea valore di lungo periodo, è importante partire dal mercato, ossia da come gli investitori si approcciano a questi Kpi che, sappiamo, sono persino più complessi da identificare e confrontare rispetto a quelli ambientali.

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