Una formula originalissima per una mostra che ha saputo imporsi al di sopra del virus. E’ quanto hanno fatto Cristiano e Patrizio Alviti, ideando a Roma l’Evento L’Arte contro il Virus-VOLONTÀ DI FERRO, a cura di Werner Bortolotti, con 100 sedi all’aperto che hanno visto la capitale protagonista sino a pochi giorni fa.

La mostra degli artisti Cristiano e Patrizio Alviti è rimasta visibile ad un ampio pubblico vincendo su qualsiasi protocollo imposto dalla pandemia, perché l’arte è necessaria evasione e nutrimento dell’anima, e mai come oggi può essere d’aiuto in un momento così tragico per l’intera umanità.

“Camminando tra le opere, alcuni, speriamo in tantissimi, si sono sicuramente chiesti se la crisi servirà; ma è questione di volontà – dicono Cristiano e Patrizio Alviti – abbiamo utilizzato il torchio in ferro perché tutto pesa nella vita. Quando abbiamo sollevato la lastra, ci siamo detti… è proprio una volontà di ferro la nostra e fisiologicamente, dal lavoro, è nato il titolo della mostra”.

“Ed è la stessa volontà che chiediamo alla gente e che abbiamo chiesto alla gente, di andare a vedere l’arte. Con i musei rimasti chiusi tanto tempo, abbiamo portato l’arte all’aperto, trasformando la città di Roma in un’immensa sede espositiva, realizzando una mostra per tutti, grazie all’inconsueto e geniale utilizzo degli spazi dedicati alla cartellonistica pubblicitaria. Un modo per far entrare l’arte nella quotidianità di ognuno sfruttando, in maniera più nobile, quei canali utilizzati solitamente per mero uso commerciale”.

Per gli artisti il fatto che sia all’esterno non dà scuse ed è stato rafforzativo del loro messaggio, un’offerta gratuita e pubblica e un nuovo modo di partecipazione all’arte; “non sarà sicuramente il nuovo lifestyle – aggiungono – perché i musei riapriranno, così come le altre sedi. Design, arte sono fonti di comunicazione sociale, il bello, qui, è stato rappresentato nella città creando stati emotivi che dovrebbero essere all’ordine del giorno”.

Cristiano e Patrizio Alviti, artisti riconosciuti e attivi nella Capitale, hanno quest’anno prodotto un ingente corpus di opere tra incisioni monotipo, prove d’autore e lastre. Scaturite nel periodo di isolamento forzato che ognuno di noi ha vissuto, quando è stato il momento di condividere il loro lavoro, hanno pensato a questa formula totalmente originale, che ha permesso loro di entrare in contatto con più visitatori possibili, superando ogni possibile ostacolo dovuto alla situazione sanitaria, che al momento frena molti progetti, non solo culturali.

Gli Alviti hanno quindi riprodotto le loro opere su manifesti pubblicitari stradali (ogni cartellone presentava un’opera diversa con relativa didascalia) e organizzato la loro esposizione; ogni cartellone presentava un’unica delle 100 opere, creando un percorso espositivo gigantesco che ha coinvolto e reso Roma un’estesissima galleria d’arte.

La scelta delle location è stata valutata in base alle zone strategiche, alla viabilità (strade di intenso traffico come ad esempio tangenziale zona Salaria-Corso Francia) e al coinvolgimento delle periferie, ed è stata comunicata con un’apposita mappa della mostra da scaricare dal sito creato ad hoc. Ora, tutte le opere prodotte per la mostra (le lastre e le incisioni), non più presenti sui cartelloni, restano in mostra virtuale sul sito accompagnate da approfondimenti, dove, se interessati, si può concretizzare un appuntamento in Atelier per poterle visionare dal vivo.

Con Volontà di Ferro si è voluto offrire un nuovo modo di fruire e vivere l’arte, non come qualcosa di distaccato, di lontano di incasellato, ma come componente essenziale della vita quotidiana.

L’iniziativa corrisponde al diario di una quarantena. Volontà di Ferro: volontà dei fratelli Alviti di vivere e creare in una nefasta prospettiva negativa e di morte (economica e sociale), di ferro, dove per ferro non si intende solo il rimando alla lastra scriccata e puntellata che dà forma al segno sul foglio, ma la metafora della determinazione di Cristiano e Patrizio.

Volontà di ferro è una dichiarazione forte e potente: mentre tutto il mondo si è fermato, gli Alviti hanno prodotto spazi e immagini che hanno dato, almeno all’animo, la libertà di viaggiare e perdersi.

Così, proprio mentre il mondo guardava dalle finestre lo scorrere del tempo nell’immobilità, senza osare immaginarsi il dopo, i due artisti hanno dato vita a lastre di paesaggi. Il paesaggio ricostruito, che parte dalla natura e dagli alberi, è quello ricostruito attraverso la realtà (il segno che incide le lastre) e quello dell’emozione (il ricordo e le sensazioni che il paesaggio suscitava, così come filtrate dalla sensibilità degli Alviti). Il filtro che rendeva visibile tale commistione è il colore, quegli inchiostri e quei liquidi che si perdono sulla lastra rincorrendosi e miscelandosi, così imprevedibili ed espressivamente liberi di muoversi, di evadere e di uscire dal segno. Il risultato è stato una carta inchiostrata, dove è possibile scorgere la luce, una conversazione, l’aria, la vita vissuta, i particolari, gli scorci, la prospettiva tra gli alberi e l’infinita potenza della natura

Si arrivava al nocciolo fondamentale della collezione: ad un segno razionale, se pur sempre artistico, inciso sulla lastra che è sempre la stessa, si sovrapponeva, in un gioco di pieni e vuoti, una acquarellatura di volta in volta diversa, che seguiva l’emozione del momento. Quell’emozione che i due fratelli hanno provato e che hanno cercato di trasferire durante la realizzazione, esattamente nel momento in cui i due linguaggi si intrecciavano, sovrapponendosi sulla lastra, complicati dalle varie sbavature e da tutte le ingerenze della circostanza. Così i due pensieri si intrecciavano sulla carta: una parte razionale ed una parte irrazionale, sovrapponendosi e dandosi visibilità reciproca, lasciando a chi guardava l’onere di seguire ciò che sente maggiormente, ma soprattutto la libertà di seguire le emozioni soggettive che scaturivano dall’osservazione delle opere.

Perché, dicono Cristiano e Patrizio, “questo tempo indefinibile non ha fermato le nostre visioni di futuro ed anzi ha rievocato in noi la potenza del paesaggio, quale protagonista assoluto di emozioni capaci di travolgerci e farci ‘uscire’ in tempi di lockdown. La nostra è una volontà di ferro: un viaggio fisico e astratto ai confini della natura che ci stimola a ricercare nella ‘scena’ costruita i riferimenti per farci trasportare, dalle macchie di colore, alla memoria ed al ricordo di quei paesaggi”.

Le opere sono state stampate con un torchio auto-costruito appositamente dagli artisti (Cristiano e Patrizio sono riconosciuti nel mondo dell’arte anche per essere eccellenti artigiani) e che ha consentito grandi formati e pesi notevoli delle lastre. L’incisione delle stesse è stata ottenuta mediante scriccatura con macchine di taglio che, rispetto al plasma normale, hanno consentito solchi e riporti di materia. Sulla lastra si sono rincorsi due lavori: uno razionale dato dai segni incisi che, per quanto artistici, erano fermi e rigidi nella loro geometria ed un altro totalmente irrazionale ed emotivo, quasi incontrollabile nel suo espandersi e mischiarsi di fluidi. La presenza della scriccatura era fortemente denunciata dalla tridimensionalità dei solchi lasciati dalla lastra come le stampe a secco.

Lo scopo è stato quello di sensibilizzare e coinvolgere il più ampio pubblico, anche quello non avvezzo alla frequentazione dei luoghi canonici dell’arte e stuzzicarne la curiosità. Un pubblico che si discosta dal collezionista tradizionale, che non acquista necessariamente arte per investimento, ma vuole semplicemente avere un’opera originale sulle pareti della propria casa realizzata da un vero artista piuttosto che un poster o una stampa commerciale.

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