Che cos’è, esattamente, un incontro? Anche questa volta parliamo d’amore. Non esiste, infatti, un incontro che sia tale se non contiene in sè l’intera poetica dell’amore. Amore inteso come reciprocità. Non importa come si declina l’amore, nel suo seguito all’incontro, può essere agito come rapporto di affinità e sincronia, complicità e mutuo sostegno, comunione e condivisione d’intenti, co-gestione emotiva o impeto e sensualità. L’incontro accade, ma la sua grammatica non è materia semplice perchè ogni incontro irrompe: scardina, scompone, rompe gli assetti, destruttura e obbliga alla riorganizzazione, summa apicale della resilienza e della creatività. Non si esce illesi da un incontro.

Non stiamo ovviamente parlando di colpi di fulmine o febbri erotiche, nè di quei deliziosi cocktail di endorfine, adrenaline, dopamine e altre droghe endogene. L’incontro è quel momento in cui si diventa meno soli, dopo il quale ci si scopre più interi, integrati, armonici. Non solo con se stessi e col circostante, ma anche, e soprattutto, con il senso ultimo della vita.

La meraviglia dell’incontro è l’attimo in cui la morte cede il passo alla vita, il passato si traduce nel futuro che dormiva latente in lui, nuove possibilità di esistere si palesano e si compiono, sfociando con vitalità e vividezza in un nuovo mare da navigare.

Si confonde colui che scambia l’incontro con la vincita. Nessun incontro è a credito. Incontrarsi significa abbandonare le proprie certezze, rinunciare alla staticità della struttura per aprirsi all’esplorazione e ai costi che essa, fisiologicamente, richiede. Ogni incontro è un abbandono e necessita di quella disponibilità al lutto, alla perdita, che prelude l’ignoto.

Come distinguere un incontro dalla combinazione del caso, che spesso si diverte a incrociare destini random? L’ho scritto sopra: la reciprocità. In un incontro, ogni parte di noi danza in tango con le parti dell’altro, si coniuga con gioia e pace, con slancio corrisposto, e i linguaggi trovano spontaneamente una sintesi, per quanto possano essere distanti, dissimili. La simmetria, in un incontro, è una geometria misteriosamente perfetta, dove qualunque goccia versiamo di noi viene dall’altro senza indugio moltiplicata, e viceversa. Una gara valoriale che non costa sforzi e non prevede inganni. Nessun incontro, infatti, può concepire un tradimento: non si può essere traditi da chi cerca proprio noi per sentirsi aumentato.

Nella mia vita ho fatto vari incontri: un cane, una volta, su un traghetto, o mia figlia. Il resto, pardon, è cosa troppo intima per essere oggetto di narrazione pubblica, ma i due esempi raccontano bene il legame di cui parliamo che, buffo a dirsi, rappresenta paradossalmente il distillato e l’essenza della libertà.

Si può misurare un incontro? Sì, se si ha pazienza. Il fattore tempo è un buon alleato per rilevare il dna di questa esperienza: negli archi temporali, infatti, si dispiegano volumi, profondità e intensità di quello che inizialmente è difficile da distinguere in quanto pura intuizione. Gli incontri generano sempre, fisiologicamente, concatenamenti di fatti con valenza virtuosa, creano benessere senza ambivalenze o ambiguità, ci allargano, ci allungano, ci stimolano in termini di risorse ed evoluzione, ci aiutano ad assomigliare sempre più a noi stessi, scoprono le parti migliori di noi e le fanno vivere con ispirazione e generosità. Ogni incontro contribuisce in quel viaggio, il più importante della vita, verso l’affinamento della nostra autenticità.

Non ci sono controindicazioni all’incontro: nessun incontro toglie, ogni incontro aggiunge, e i costi dell’incontro sono sempre, naturalmente, inferiori ai benefici. Probabilmente, come molti orientali sostengono, nessun incontro avviene per la prima volta ma tutti si ripetono nel costante alternarsi delle esistenze.

Non abbiate paura degli incontri e affidatevi al piacere di sentirvi parte di qualcosa che non sapevate attendervi. E non preoccupatevi, la vita ha in sebo per tutti una certa quota di incontri: solo un consiglio. Allenatevi: restate vivi.

Ecco un video che rappresenta visivamente tutto ciò che ho scritto (Microcosmos – Il popolo dell’erba, documentario del 1996 scritto e diretto da Claude Nuridsany e Marie Pérennou, presentato fuori concorso al 49° Festival di cannes e premiato con il Grand Prix tecnico).