L’ultimo uomo di Mary Shelley è forse il primo celebre antenato della cli-fi che mi viene in mente per affrontare meglio la pandemia. Lo so, il tema del libro è la possibilità dell’estinzione del genere umano e non è certo edificante. Sotto molti aspetti però, attraverso questa enorme iperbole, questo libro ci parla davvero del presente dal passato.

Attorno al 1826, l’anno in cui il volume è uscito, Mary ha probabilmente l’impressione di essere una sopravvissuta. Ha perso il marito nelle acque dell’alta Versilia, quanto al resto dei suoi amici sono quasi tutti morti: Lord Byron è andato a combattere e a perdere la vita in Grecia, Polidori e Keats se n’erano andati da tempo, Claire Claremont fa la governante in Russia. Le è rimasto un figlio di sette anni e il vecchio Godwin, suo padre, doppiamente sopravvissuto a due generazioni di intellettuali. È in questo contesto che Mary ripensa allora alla lunga diatriba fra suo padre e il reverendo Malthus. Godwin e Malthus avevano discusso venti anni prima a suon di saggi se la sofferenza umana fosse evitabile o meno e se l’essere umano fosse o non fosse perfettibile.

In Inchiesta sulla giustizia politica (1793), convinto che ogni individuo può migliorarsi desiderando la felicità e il benessere di tutti, Godwin afferma che le convenzionali istituzioni governative limitano la perfettibilità umana, anzi sono il principale motore di sofferenza. A queste, preferisce l’idea di piccole comunità autosufficienti. Nel 1798 Thomas Malthus gli risponde con il celeberrimo Saggio sul principio della popolazione. Secondo il reverendo, l’essere umano soffre in ogni possibile condizione sociale e non solo il governo non ne è responsabile ma può poco per impedirlo, dato che prevenire l’infelicità va “oltre ogni possibilità umana”. L’essere umano non è perfettibile, e la fallacia e la brutalità per Malthus fanno parte della sua natura: infatti il reverendo accusa Godwin di non vedere la parte animale della specie umana che, come tutte e altre forme di vita, sottostà alle leggi naturali. Tuttavia, quando Malthus si addentra sulla natura e le cause del male, sposa una visione assolutamente poco empatica che si rivela, ad esempio, nell’affermare che nel mondo “non c’è più male di quanto assolutamente necessario” dato che il male è regolato da un piano divino. Notoriamente, per Malthus, il maggior fattore limitante alla crescita umana è il cibo: la popolazione cresce in proporzione geometrica, la disponibilità di provviste in maniera aritmetica. La nostra specie dunque tenderà sempre a proliferare al limite della sussistenza, perciò le guerre e la miseria sono utili perché diminuiscono il numero di esseri umani così da non valicare quel limite.

Tra Godwin e Malthus, Mary tira le sue conclusioni – in forma di romanzo, più facilmente pubblicabile per una donna rispetto a un saggio. Ne nasce uno dei primi esempi di romanzo apocalittico. L’ultimo uomo è infatti la storia di una feroce pandemia dai sintomi tanto variabili da non poter essere controllati che si insinua in una futura Inghilterra repubblicana di fine XXI secolo, fino a causare un disastro di proporzioni globali che porta all’estinzione della specie. I protagonisti sono Lionel, il narratore, il suo amico e cognato Adrian figlio del re d’Inghilterra che ha abdicato, Raymond l’eroe byroniano che muore per la libertà della Grecia causando il suicidio della compagna Perdita, sorella di Lionel. Un gruppo di amici, insomma, in parte simili a quella che era stata la vita e la giovinezza della stessa Mary Shelley.

L’autrice sembra, secondo la studiosa Lauren Cameron, non credere che il modo in cui è strutturata la vita sociale può influire in maniera decisiva sulla sofferenza umana. Il governo e le istituzioni possono fino a un certo punto, quando la sofferenza arriva dal non-umano. Nel romanzo, addirittura si sospetta che il paziente zero venga dal Nord America che sia Malthus che Godwin additavano come modello sociale di prosperità. Ancora, la notizia della pandemia arriva in sordina da lontano, ma non ferma la vita sociale se non quando è troppo tardi: i conflitti, ad esempio, continuano. La presa di Costantinopoli a cui partecipa Raymond, è la goccia che contribuisce a spandere la malattia in Europa. In molti, nell’Ultimo uomo, si ritrovano improvvisamente ai posti di comando – tuttavia niente, neanche l’approccio anarchico, riesce a proteggere effettivamente la popolazione.

Oggi, il discorso sul quanto la crisi sanitaria sia responsabilità delle istituzioni e quanto sia colpa del non-umano (del virus) suona incredibilmente familiare. La scrittrice sembra anche abbastanza perplessa di fronte all’idea ottimista di perfettibilità umana di suo padre: l’essere umano è più complesso e, soprattutto durante i momenti di crisi, può tendere a non voler vedere o a ragionare di pancia diremmo noi, mostrando la propria parte animalesca opposta alla ricerca di felicità comune. Oggi, grazie alle cosiddette neuroscienze affettive e al lavoro di importanti neuroscienziati come Antonio Damasio, è piuttosto accettata l’ipotesi di una risposta emotiva ereditaria nell’area più antica del cervello umano che tende a reagire difendendo la categoria del noi in maniera anche irrazionale: da qui, l’adesione ai totalitarismi, al sovranismo, all’omofobia, al razzismo tout court. Per contro, semplificando, la cultura e l’intelletto possono cambiare di segno questa tendenza. Insomma, una parte animalesca che reagisce di pancia in noi c’è. La cultura però è fondamentale per cambiare attitudine.

La pandemia sfida contemporaneamente la fede in un masterplan divino (qua assente) e la fiducia nell’umano di matrice illuminista. Sia nel credere che Dio abbia creato il mondo in funzione dell’essere umano, sia nel credere di potersi migliorare socialmente ed essere felici c’è un pensiero antropocentrico di fondo: nessuno dei due pensieri considera il fattore non-umano. In modo simile a Leopardi, invece, per Mary Shelley l’umano sottostà alla natura, per la quale le sue azioni sono irrilevanti. Un agente patogeno è una sofferenza che arriva dal non-umano, così un cataclisma. La specie può perfino estinguersi per cause non-umane.

Shelley probabilmente trae l’idea, oltre che dalle possibili conseguenze del discorso di Malthus sul cibo, dallo studio su mammuth ed elefanti di Georges Cuvier che all’epoca provò che le specie si estinguono. Tuttavia per Shelley non è certo il cibo a porre limiti alla specie umana: nell’Inghilterra del suo futuro la carestia non esiste. La pandemia dai sintomi multipli che mette in scena sembra più una metafora della complessità del reale: non c’è un solo fattore limitante che porta sofferenza. Senza contare, nota Lauren Cameron, che Lionel è un narratore inaffidabile e pone più accento sulla pandemia perché colpisce i suoi cari ma contemporaneamente nel libro, fra le altre cose, si susseguono un inverno freddissimo, tempeste marine violente, un’eclissi e un perturbante innalzamento del livello del mare. Un cambio radicale del sistema natura, insomma, diverso da quello odierno perché non antropogenico e considerato meno della pandemia, seppure le due cose probabilmente non sono del tutto scindibili. Ancora, gli umani si estinguono, le altre specie no, anzi vagano a fine libro fra le rovine degli umani: una reazione che dopo la prima ondata di covid-19, conosciamo bene. Non siamo soli su questo pianeta.

Se Malthus parla di fattori che possono fermare la crescita umana dal punto di vista meramente matematico senza considerare che la guerra e la miseria, tirando giù quei numeri, uccidono persone, Shelley ribadisce che l’approccio etico desiderabile, che ci permette di restare umani anche in piena pandemia, è quello empatico. Il personaggio di Adrian (modellato su P. B. Shelley) è il tragico portatore di questo valore: non riesce a combattere i turchi come Raymond perché non riesce a distanziarsi dal nemico e a non soffrire per le sue perdite. L’astronomo Merrival invece, che pensa a un’epoca futura quando i poli terrestri si allineeranno e sarà primavera perenne e non vede i morti attorno a lui se non quando si ammalano i membri della sua famiglia, rappresenta lo scudo dei discorsi in astratto di fronte alla realtà e alla sofferenza degli altri. Al giorno d’oggi siamo subissati di cifre che rappresentano esseri umani sofferenti e di barriere mentali come il complottismo, che certo Mary Shelley non poteva davvero prevedere perché profondamente radicato nel nostro tempo.

Come molti romanzi di epoca romantica, Promessi Sposi inclusi, il libro inizia con una cornice nella quale l’autrice racconta di come ha trovato la storia che ci racconta nell’antro della Sibilla cumana, scritta sulle foglie a mo’ di profezia. Più che una profezia però, Mary dal passato punta il dito contro i concetti di cui ancora oggi è bene dubitare: la mancanza di empatia per restare umani e l’antropocentrismo per comprendere il non-umano senza estinguerci né, diremmo oggi, innescare la sesta estinzione di massa.