“Sai che vuol dire lavorare mesi sul tuo primo vaso di argilla, farlo crescere come un figlio curato con le proprie mani con fatica e impegno e poi non appena è finito, uscito dal forno, il tuo maestro lo prende e te lo spacca davanti?”.

Questa è una frase di Carla, una donna italiana zapatista che vive in Messico e con cui vi proponiamo un dialogo esclusivo senza specificarne l’identità perché a causa del suo impegno politico potremmo mettere a rischio la sua incolumità.

Carla si è trasferita in Messico nel 1996 all’età di 20 anni per una vacanza con le amiche e ora insegna ceramica nella sua casa a San Cristobal, roccaforte del Chiapas dove nacque l’esercito zapatista, movimento di indigeni che insorse contro la supremazia dei meticci messicani.

Carla insegna cosa voglia dire creare e curare qualcosa di prezioso tra le mani di giovani messicani, e l’argilla non è che la metafora di quella terra piena di crepe, presa e spaccata tra le mani di qualcun’altro.

In Messico diventa anche guida, ma scopre cosa c’è di più dietro una guida turistica, scopre la complessità di tirare fuori la voce da quell’architettura di pareti plateresche, barocche, neoclassiche e arabeggianti da mostrare come ossa d’arte nella mescolanza culturale. Carla è una guida sociale, impegnata a dare informazioni reali rispetto a quelle che avrebbero dato i telegiornali.

Tierra y libertad nel 1919 erano i valori della rivoluzione per l’indipendenza messicana, estirpati in uno slogan di Emiliano Zapata. Nel ‘94 vengono ripiantati a distanza di 75 anni nel cuore dei contadini del Chiapas, ma i diritti non cambiano nel tempo, se non il volto.

Ma cosa è lo zapatismo?

Sotto il nome zapatismo ci sono panni diversi, il passamontagna del subcomandante Marcos che raccoglie la voce di quei popoli indigeni nascosti tra le montagne, che, come serpenti discendenti dal dio maya, pronti a cambiare pelle, sotto la stessa terra iniziano a far strisciare clandestinamente un nuovo movimento ribelle.

Il Subcomandante Marcos è il capo del movimento rivoluzionario degli indios del Chiapas, che nel marzo 2001, attraverso una marcia pacifica a Città del Messico, chiede il riconoscimento costituzionale dei diritti degli indios.

Marcos è noto non solo per la sua attività rivoluzionaria, ma anche per le sue abilità letterarie e per i molti testi che ha scritto. Tra i tanti vi segnalo Fiabe Resistenti, favole per bambini e non. Fiabe che raccontano momenti storici della resistenza e riflettono i principi etici dello zapatismo.

Ma Carla, tutto questo, lo sapeva solo per sentito dire

Inizia così, con un lavoro d’amministrazione di ufficio, in una stanza piccola e chiusa, con vitto, alloggio, 100 dollari al mese, coinquilini messicani da cui imparare la lingua e la vita in una chiamata.

Le chiedo qual è stata la prima cosa che le ha fatto capire che stava succedendo qualcosa nella sua vita. “Le parole del mio capo che mi chiede se può lasciare un taxi a casa mia. ‘Devi solo aprire le porte alle 3 del mattino‘ – mi spiega”.

Il suo capo forniva aiuti al movimento zapatista e quel taxi si affidava al silenzio, sia di Carla sia della notte, momento nel quale bisognava portare aiuti, cibo, documenti alle comunità zapatiste che si preparavano, mentre lei accoglieva in casa sua donne in cerca di rifugio.

In breve quei sommovimenti del sottosuolo, quelle voci, diventano corpi uccisi in una chiesa dai paramilitari mentre festeggiano il Natale: è il massacro di Acteal del 1997.

Carla ci racconta che la violenza si declina in tante forme: ad esempio anche contro la dignità di una donnina di Chamula, vestita con un fazzolettino con in braccio pomodori e patate, che se ne sta seduta sul marciapiede: la dignità di quella donnina viene violata da una signora meticcia che dall’alto del suo balcone le versa della pipì addosso.

Ma chi era Marcos? 

Il 1 gennaio del ’94, Marcos dichiara guerra al governo e all’esercito federale. 

“Era il Robin Hood dei tempi moderni, la cui lotta era ridare dignità all’identità indigena in un periodo devastante in cui per togliere la speranza ad un popolo, vengono violentate le donne e ne vengono uccisi i figli, sfiancandoli psicologicamente. Marcos era un mito, e oltre al fatto che aveva un gran seguito di donne, senza il suo carisma, non avrebbe scaturito lo stesso effetto”.

Carla mi racconta la miccia della rivolta: “lo stesso giorno (1 gennaio ’94) entra in vigore il NAFTA, l’accordo di libero scambio tra USA, Canada e Messico. Un accordo commerciale che avrebbe innescato un progressivo processo di privatizzazione, che avrebbe solidificato rapporti economici per gli interessi di queste grandi potenze. Come si fa a firmare accordi internazionali con uno Stato sfasciato?“. Carla ci fa capire come si possa fingere una stabilità politica frantumata nei vetri spaccati della guerra civile tra meticci e autoctoni.

Come si può parlare di libero scambio quando gli indigeni non hanno neanche la libertà di camminare sui marciapiedi dei bianchi e su terre a loro sottratte? Quando la cultura della colonizzazione ha scansato il valore che la civiltà maya dava alla terra vista come madre? Come eredità familiare?

L’essenza vitale della tierra madre non va spremuta per vendere più prodotto possibile, una terra non può essere forzata a modellarsi su una mentalità consumistica. 

Come si può parlare di libero scambio quando lo Stato accetta che il proprio popolo viva sotto tetti di latta e non abbia acqua pulita per bere, ma poi costringe a comprare la coca cola della multinazionale?

Ma perché proprio
a San Cristobal del Las Casas
scoppia tutto? 

“Lì nel sud c’è meno controllo dello Stato, gli indigeni sono più schiavizzati da parte dei meticci, eppure c’è uno spaccamento tra le comunità, non tutti gli indigeni si schierano con gli zapatisti, i quali ancora oggi mirano ad una forma di autonomia dal governo, e solo i più poveri prendono le armi.

Nella città di Chamula, per esempio, che riceve più sostegni dal governo (soprattutto per i maestri e per le donne) non sono così disperati come gli indigeni che vivono più isolati, in una cornice di donne col machete che si portano i bambini in guerra.

Una donna indigena mi disse: ‘quando si va in battaglia si va tutti, se il mio bambino non muore in battaglia rischia comunque di morire di diarrea tra un anno e se io muoio che succede al mio bambino?’.

Arrivano ondate di volontari dall’Europa. E’ la prima guerriglia che usa internet nel centro America per convocare la gente e osservatori di pace, una guerriglia che dà inizio al movimento no global.

Perché Carla sceglie di rimanere
e far crescere lì sua figlia 

“A prescindere dall’orientamento politico non puoi rimanere indifferente alla violenza dei diritti umani, non è giusto umanamente, non importa che politica o che religione tu segua. In Europa tutti hanno diritto a casa, lavoro e salute e noi li diamo per scontati. Qui li ammazzano per rubargli la terra. 

Mia figlia impara i valoridovremmo essere più umani, ti è andata bene perché sei nata in una famiglia in Italia, e se fossi nata in una famiglia maya come donna, come ti sarebbe andata?.

Penso che nella migliore delle ipotesi avrei imparato a spazzolare la pelle di capra per farne gonne per il resto della vita, nella peggiore violentata, desaparecida o uccisa“.

E poi Carla continua: “quando sono tornata con mia figlia di qualche mese dopo aver partorito in Italia, non avevo neanche una casa, avevo lasciato le cose da un’amica, in taxi con mia figlia verso San Cristobal è stata la prima volta che ho avuto la sensazione di star tornando a casa”.

Ancora il caso, la sorte di essere nata dalla parte tristemente chiamata giusta. Questa diventa la forza motrice che le dà la spinta per imparare.

Ma anche Carla ha subito quella violenza tra le mura di casa, minacciata da un marito che la picchia non appena rimane incinta. Lui era stato un bambino di una famiglia messicana povera e disperata, racconta, e la madre, non riuscendo a mantenere tutti i figli lo aveva regalato a 12 anni al nonno.

Eppure Carla è italiana: sembra non essere la sua terra quella che tra l’altro rivendicano, sembra non essere sua la libertà messa a rischio, non sua la storia come la insegnano sui libri. Ma alla fine lo diventa quando si partecipa per caso a quel dolore e si inizia un nuovo vaso d’argilla.

Ecco perché bisogna leggere le Fiabe resistenti di Marcos (anche in formato audio). Perché rispecchiano la saggezza ancestrale indigena e i principi filosofici che impregnano la vita degli zapatisti. Una vita a cui non possiamo voltare le spalle, semplicemente pensando che siamo nati dalla parte giusta.

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